«Meglio sapere poche cose, ma belle e necessarie, che moltissime cose di poco conto e inutili.»

— Lev Tolstoj

Era il 1906 quando Lev Tolstoj, ormai anziano ma ancora lucidissimo, decise di costruirsi un Ciclo di lettura personale. Non una biblioteca enciclopedica, non una collezione di tutto lo scibile umano. Al contrario: una selezione severa, quasi ascetica, dei testi davvero necessari — tra i quali pose subito, senza esitazioni, il Vangelo.

In apertura di quel progetto annotò la frase che campeggia all’inizio di queste righe. Una frase semplice, quasi ovvia. Eppure, riletta oggi, suona come una sfida radicale al mondo in cui viviamo.

Il paradosso dell’abbondanza

Viviamo nell’era dell’informazione illimitata. Ogni giorno siamo raggiunti da migliaia di notizie, post, video, podcast, newsletter, notifiche. La quantità di contenuti disponibili supera di miliardi di volte quello che un essere umano potrebbe assorbire in cento vite.

Eppure — e qui sta il paradosso — non siamo mai stati così disorientati.

John Locke, il filosofo inglese vissuto tra il 1632 e il 1704, aveva già intuito qualcosa di simile osservando i lettori voracissimi del suo tempo. Scrisse che siamo «una specie ruminante», e che non basta imbottirsi di libri: se non ruminiamo e digeriamo per bene ciò che abbiamo ingerito, i testi non ci daranno forza né nutrimento.

Ai suoi tempi il rischio era l’indigestione di libri. Oggi il rischio è infinitamente più grande: ci imbottiamo non di libri, ma di ogni genere di dato — dai peggiori cascami alle rare perle — in una confusione totale che genera relativismo, disorientamento, scompiglio mentale e morale. Sappiamo tutto e non capiamo niente. Siamo informati su tutto e formati su quasi niente.

La tirannia del tutto-e-subito

Il problema non è la tecnologia in sé. È il modello culturale che le sta dietro: l’idea che di più sia sempre meglio. Più contenuti, più stimoli, più connessioni, più aggiornamenti. La quantità come valore assoluto.

Questo modello ci ha insegnato a scorrere invece di leggere, a guardare invece di vedere, ad ascoltare invece di capire. Ci ha convinto che restare aggiornati su tutto sia un dovere civico, una forma di intelligenza, quasi una virtù.

Ma c’è una differenza abissale tra essere informati e essere formati. L’informazione entra ed esce. La formazione rimane, trasforma, orienta le scelte. Chi si nutre soltanto di informazione assomiglia a chi mangia continuamente senza mai digerire: il corpo si gonfia, ma non trae nutrimento.

L’arte di scegliere

Tolstoj non stava invitando all’ignoranza. Stava invitando alla scelta. Scegliere è forse la facoltà più umana che esista — e anche la più faticosa. Perché scegliere significa rinunciare. Significa dire no a moltissime cose per dire sì, con tutto se stessi, a pochissime. Significa accettare di non sapere tutto, per sapere bene qualcosa.

«Il sapiente sa quel che dice, lo stupido dice quel che sa.»

Antica sapienza ebraica

Il sapiente sceglie cosa dire, perché ha scelto cosa imparare davvero. Lo stupido riversa tutto quello che ha accumulato, senza filtro, senza gerarchia, senza discernimento. La differenza non è nella quantità di nozioni possedute. È nella qualità dell’attenzione con cui si è vissuto.

Tornare all’essenziale

Come si torna, concretamente, a «poche cose, belle e necessarie»? Non esiste una risposta uguale per tutti. Ma esiste un metodo: quello che Tolstoj chiamava vaglio e selezione. L’esercizio critico di chiedersi, davanti a ogni contenuto, a ogni stimolo: questo mi nutre o mi riempie soltanto? È bello? È necessario? Mi rende più capace di vivere, di pensare, di amare?

Questo metodo è purtroppo quasi assente dalla scuola, dove si insegna a memorizzare molte cose piuttosto che a scegliere le cose giuste. Ma può essere coltivato a qualsiasi età, con pazienza e determinazione. Si tratta, in fondo, di un atto di libertà. Perché chi impara a scegliere smette di essere travolto dal flusso e comincia a navigarlo. Trova una lampada che guidi il cervello e il cuore. E diventa capace, paradossalmente, di capire anche le cose secondarie: perché ha costruito dentro di sé un ordine, una gerarchia, una bussola.

Una sfida per oggi

Tolstoj scrisse quella frase centoventi anni fa. Ma non è mai stata così urgente come oggi.

Non si tratta di diventare eremiti digitali, di spegnere tutto e rifugiarsi nel silenzio. Si tratta di qualcosa di molto più difficile e molto più bello: imparare a scegliere, ogni giorno, cosa merita la nostra attenzione. Cosa vale davvero il nostro tempo. Cosa vogliamo che rimanga dentro di noi.

Poche cose. Ma belle. E necessarie.

Il resto — e sarà tantissimo — possiamo tranquillamente lasciarlo scorrere.

– Ispirato al Ciclo di lettura di Lev Tolstoj (1906) –

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Amo stare con le persone. Le ascolto. Le aiuto a vedere chiaro.

Lo faccio con chi sente che è il momento di fermarsi e fare chiarezza.

Il risultato? Escono dall’incontro sapendo dove andare — non perché gliel’ho detto io, ma perché insieme abbiamo trovato quello che loro sapevano già.

Massimo Creati

Riccione, 6 Giugno 2026

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