A Micol, sedici anni, terza superiore.
A tutti i ragazzi e le ragazze che stanno per scegliere.
E ai genitori che li guardano scegliere.
_____________________________________
Diploma in mano. Due voci, una per orecchio.
Papà voleva me in azienda. Mamma voleva me laureato.
Papà era un uomo titanico. Agente di commercio, showman, cabarettista, giornalista, direttore di crociere, consulente. Con lui giravo l’Italia d’estate, da quando avevo cinque anni.
Mamma aveva fratelli tutti medici. Per lei la laurea era il modo di essere qualcuno.
Io ero uno studente da sufficienza. Sognavo troppo e studiavo poco.
L’istituto commerciale lo avevano scelto per me, come per quasi tutti allora. Ogni anno passavo. Tutte le materie, fino alla maturità. I compagni mi volevano bene.
Nessuno però riusciva ad accendermi.
Ebbi professori buoni, persone perbene. Nessuno trovò la chiave per tirare fuori il meglio di me. Oggi vedo anche la mia parte: io guardavo altrove.
La strada che ho scelto
Scelsi una via di mezzo. Lavorare e, intanto, iscrivermi a Economia e Commercio.
Poi lasciai l’università.
Molti docenti erano liberi professionisti con la cattedra come secondo incarico. Il rispetto verso gli studenti mancava. Io amavo già l’etica, anche senza saperlo.
Decisi: una cosa sola, fatta bene.
Entrai in azienda.
Papà mi fece fare la gavetta. Ogni passaggio vissuto sulla pelle. Poi arrivò la guida di un Gruppo, con una conoscenza diversa.
Forse sbagliai. Ancora oggi la certezza manca.
Una cosa invece è chiara.
Sapevo chi volevo essere.
E ho un rimpianto, detto senza giri. Se l’avessi capito prima, avrei deciso cose diverse. Avrei dato più attenzione alle mie famiglie.
Va bene così. Gli errori servono. Senza errori nessuno impara.
Oggi guardo Micol
Sedici anni. Uno smartphone in tasca.
A mezzanotte l’intelligenza artificiale le spiega la fisica quantistica con metafore calcistiche. Scrive codice in pochi secondi.
Una potenza che nel secolo scorso nessun centro di ricerca possedeva.
Marco Montemagno si è fatto una domanda guardando sua figlia a diciotto anni. Me la faccio anch’io.
Ha ancora senso passare anni dentro un’aula universitaria?
La promessa che si è spezzata
Per decenni abbiamo detto ai figli una frase sola.
«Prendi la laurea e il lavoro busserà alla tua porta.»
Quella frase apparteneva al Novecento. Oggi il lavoro bussa a porte diverse.
Il prezzo che nessuno dice
Studiare costa. Rette, affitti per chi vive fuori sede, libri.
Esiste anche un costo invisibile. Si chiama lucro cessante.
Per tre, quattro, cinque anni rinunci a stipendio, esperienza sul campo, anzianità.
In Gran Bretagna esiste l’Apprentice Degree. L’azienda ti paga lo stipendio e ti paga l’università, dal primo giorno. A diciotto anni.
Aggiungi lezioni frontali ideate cinquant’anni fa. Dispense da memorizzare. Atenei che ragionano da aziende e contano gli iscritti prima delle persone.
Davanti a questo, la tentazione è chiudere la porta.
Fermati un momento.
Se guardi solo il mercato, rischi di buttare via ciò che ci rende umani.
Sapere per decidere
Una biblioteca intera in tasca ti dà informazioni. La saggezza arriva da un’altra parte.
Studiare vale poco per le nozioni. Le dimenticherai quasi tutte.
Studiare serve a sapere. Sapere serve a decidere.
Decidere tu della tua vita. Secondo i tuoi valori, le tue virtù, i tuoi limiti.
Altrimenti decidono gli altri. Decide la società, che ama le fotocopie.
Tu sei un originale.
Papà aveva fatto il liceo classico. Latino, greco, filosofia. Per me sono materie decisive: insegnano a conoscere se stessi e a incontrare gli altri con più consapevolezza.
Il valore sta nella forma mentis. Nelle relazioni che incontri: il professore illuminato, quello ingiusto, i colleghi brillanti, le rivalità. Nel budget da gestire e negli imprevisti da risolvere, se vivi lontano da casa.
E sta in un dono raro, nell’epoca dell’iper-produttività.
Il tempo protetto.
Tre o quattro anni per leggere, per pensare, per sbagliare un esame. Nessun creditore sul tuo futuro.
A diciotto anni nessuno sa ancora chi è. Avere il tempo di scoprirlo vale più di qualsiasi titolo.
Cinque domande da fare a tavola
Montemagno propone un test di lucidità. Fatelo insieme, genitori e figli, con il telefono spento.
- Che cosa voglio ottenere davvero?
Un lavoro subito, un titolo, cultura, tempo per esplorare?
- Che cosa c’è dentro quel corso?
Oltre la brochure con gli studenti sorridenti: chi insegna? Quali contatti concreti offre?
- Quanto costa tutto, davvero?
Retta, vita quotidiana, lucro cessante.
- Quale alternativa concreta ho a diciotto anni?
Cosa faccio lunedì mattina, se scelgo un’altra strada? Esiste un piano serio, un lavoro, un apprendistato?
- Quali prove ho in mano?
Chi ha percorso quella strada cosa racconta? Quali risultati ha portato nel mondo reale?
A te, genitore
Io ho avuto due voci per orecchio. Entrambe nascevano dall’amore. Entrambe volevano il mio bene.
Una sola voce però mancava.
La mia.
Il tuo compito è accompagnare. Scegliere al posto di tuo figlio carica su di lui le tue ambizioni irrisolte.
Gibran lo ricordava: i figli sono figli della Vita stessa. Passano attraverso di te e hanno una testa pensante propria.
Ascolto. Discernimento. Libertà.
Sii l’alleato che arriva preparato. Con domande migliori delle risposte.
A te, ragazza. A te, ragazzo
Ti chiederanno fino alla noia: «Cosa farai da grande?»
Come se la tua vita fosse una casella in un contratto.
La domanda vera è un’altra. Quella da cui nasce ogni scelta feconda.
Quale persona voglio diventare?
Se l’università ti rende più libero, più saggio, capace di pensiero critico e pronto a mettere il tuo talento al servizio degli altri, vai con tutto il cuore.
Se la tua vocazione chiede mani nell’esperienza pratica, o una strada aperta da te sul campo, percorrila a testa alta.
La chiave di volta
Studiare serve sempre. Per qualsiasi lavoro tu scelga. Per qualsiasi strada tu percorra.
Con la laurea o senza. In aula o sul campo.
Sapere per decidere.
È la chiave di volta di una vita. La pietra che regge l’arco intero.
Puoi perfino scegliere di fermarti. Anche fermarsi è una decisione.
A una condizione: la prendi con coscienza, con scienza, con consapevolezza.
Sai chi sei. Conosci ciò che serve. Vedi dove porta la tua scelta, per te e per chi ti sta accanto.
Sbaglierai qualcosa. Succede. Serve.
E sotto ogni scelta, un fondamento solo.
Amando non sbagli mai.
Micol, tienilo a mente, qualunque porta scegli.
Il titolo si appende al muro.
La persona che diventi cammina con te ovunque.
_________________________________________________________________________________________
Spunti: riflessione di Marco Montemagno sull’università nell’era dell’intelligenza artificiale; Kahlil Gibran, «Il Profeta».
_________________________________________________________________________________________
Fino a qualche anno fa correvo. Azienda. Obiettivi. Ritmo.
Poi la vita si è fermata da sola. Lì ho visto chiaro. Per la prima volta.
Ho lasciato la mia azienda nelle mani di chi ci credeva con me.
Una cosa mi è rimasta chiara: questa vita restituita non è mia da tenere. È mia da restituire.
Oggi cammino accanto a chi ha perso la direzione.
Accanto, mai davanti.
Ti aiuto a leggere quello che hai già dentro.
Tutto qui.
Massimo Creati — Riccione, lì 10 ottobre 2026
_________________________________________________________________________________________
Riflessione lucidissima. C’è una differenza enorme tra i giovani nati nel vecchio millennio e nel nuovo. La scelta è sempre stata difficile…ma oggi è ardua. Affidiamoci anche in questo alle 🙏