C’è un’ora in cui tutto tace.
E io resto sveglio.
È l’ora in cui leggo. Studio. Cerco.
Da anni porto avanti questa abitudine come un culto silenzioso: un corso, un libro, un articolo. Sempre il prossimo.
Qualche sera fa, in una di quelle ore silenziose, ho letto un testo che mi ha messo davanti a uno specchio scomodo.
Lo ha scritto Sebastiano Zanolli. Si intitola “Quando imparare diventa una fuga”.
Te lo dico subito, perché quello che segue nasce da lì. Al caro Sebastiano va la mia gratitudine sincera per avermelo fatto vedere.
Confesso una cosa.
Per anni ho creduto che sentirmi indietro volesse dire una cosa sola: studiare di più.
Un manuale in più bastava a rassicurarmi.
Poi, la sera dopo, il vuoto tornava tale e quale.
Sebastiano Zanolli chiama questo comportamento con un nome preciso, preso da Carol Pearson: l’archetipo del Martire. Chi trae valore solo dal proprio darsi, dal proprio sacrificio. Per cui nessuna fatica basta mai a sentirsi all’altezza.
Sto cercando sapere, o sto mascherando paura da diligenza?
Questa domanda, letta in una di quelle ore silenziose, mi ha tolto il sonno per un motivo diverso dal solito.
Poi c’è la svolta.
Ed è qui che il discorso mi ha toccato davvero da vicino.
La scienza dello sviluppo adulto racconta che intorno ai quarant’anni la velocità mentale comincia il suo declino naturale.
Mentre un’altra capacità cresce senza sosta per decenni: il giudizio, la sapienza accumulata, l’attitudine a connettere e a insegnare.
Sembra un tramonto.
È invece un cambio di risorsa.
Cicerone, duemila anni fa, aveva già l’immagine giusta.
Sulla nave i giovani corrono, si arrampicano, faticano.
Il vecchio nocchiero siede tranquillo a poppa e tiene il timone.
Le grandi cose si compiono con il giudizio. Mai con la sola forza delle braccia.
Ho pensato a Salomone.
Davanti a Dio poteva chiedere ricchezza, o lunga vita.
Chiese un cuore che sappia intendere e discernere il bene dal male (1 Re 3,9).
Poteva chiedere più forza per remare.
Chiese il timone.
C’è un tempo per ogni cosa sotto il cielo, scrive Qoelet (3,1). Un tempo per accumulare. E un tempo per lasciare che la sapienza accumulata cominci finalmente a parlare.
Anche i libri si dividono in due famiglie.
Ci sono gli strumenti: precisi, utili, pensati per il problema di oggi.
E ci sono le bussole: letture lente, senza scadenza, che lasciano da parte il “come fare” e indicano perché alzarsi la mattina.
Un manuale invecchia insieme al problema che risolve.
Una bussola resta sempre viva: indica il Nord, libera dalla strada del momento.
Ecco perché quelle ore silenziose, da quella sera, hanno un peso diverso.
Le vivo come il mio “Ora”, accanto al “Labora” delle mie giornate.
Due tempi, un solo respiro. Un solo timone tenuto con calma.
Smetto di remare più forte. Tengo solo il timone.
Se anche tu, in questo momento della vita, ti senti come chi rema sempre più forte senza mai arrivare, ti lascio la stessa domanda che ha attraversato me.
Stai ancora remando?
O è già il tempo di sedersi a poppa, e prendere il timone della tua vita?
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Un grazie di cuore al Caro Sebastiano Zanolli, il cui articolo “Quando imparare diventa una fuga” (23 settembre 2026) è il punto di partenza di questa riflessione. Le idee migliori, quando arrivano da un altro, meritano sempre di essere dette con il suo nome accanto.
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Fino a qualche anno fa correvo. Azienda. Obiettivi. Ritmo.
Poi la vita si è fermata da sola. Lì ho visto chiaro. Per la prima volta.
Ho lasciato la mia azienda nelle mani di chi ci credeva con me.
Una cosa mi è rimasta chiara: questa vita restituita non è mia da tenere. È mia da restituire.
Oggi cammino accanto a chi ha perso la direzione. Accanto, mai davanti.
Ti aiuto a leggere quello che hai già dentro.
Tutto qui.
Massimo Creati
Riccione, lì 27 settembre 2026
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Caro Massimo, concordo con Cicerone: la vita, almeno per me, mi ha progressivamente portato dal “fare” al “far fare”.
Come sai, oltre al lavoro e agli impegni nell’associazionismo, ho fondato una società di Karate. Anche lì il percorso è stato lo stesso: da atleta sono diventato tecnico e, poi, maestro.
Purtroppo ancora oggi mi capita di sentire la frase: “Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”.
Io penso esattamente il contrario.
Sia nel lavoro che nello sport sono passato dal fare al far fare, e questo non significa affatto che oggi sappia fare meno di prima. Significa semplicemente che è cambiato il mio ruolo. E, paradossalmente, le competenze che ho oggi sono molto più ampie e profonde di quando ero io a fare in prima persona.
Perché quando fai, devi essere capace di fare bene. Quando insegni, devi prima di tutto aver capito davvero ciò che fai, saperlo trasmettere, riconoscere le capacità degli altri e metterle nelle condizioni di esprimersi.
Forse è proprio questo il passaggio di cui parli: smettere di remare più forte e iniziare a governare la rotta.
Diciamo che da “orchestrale” sono diventato Direttore d’orchestra e, con il tempo, anche un po’ compositore.
Non ho smesso di conoscere la musica. Ho semplicemente smesso di dover suonare ogni strumento personalmente.
E forse è proprio questa la differenza tra continuare semplicemente a fare e iniziare davvero a guidare.
Caro Roberto,
grazie di cuore per questa condivisione. Leggerti è stato un piacere autentico.
L’immagine dell’orchestrale che diventa direttore, e poi compositore, dice tutto meglio di mille definizioni. Non hai smesso di conoscere la musica. Hai smesso di doverla suonare da solo.
È esattamente questo il passaggio che intendevo: da chi rema, a chi governa la rotta.
Hai ragione su un punto essenziale: insegnare non è un ripiego di chi sa fare meno. È un salto di competenza, non una rinuncia. Capire davvero ciò che fai, saperlo trasmettere, riconoscere le capacità altrui e metterle nelle condizioni di esprimersi: è un mestiere più difficile, non più facile.
Mi porto a casa la tua frase sulla rotta. E ti lascio la mia:
Basta un’idea, se hai il coraggio di viverla.
Ti auguro ogni bene, con armonia.
Un abbraccio,
Massimo