C’è un reel, di quelli che scorrono veloci e poi restano.
Parla Andrea Pontremoli, e racconta una tecnica che usa da sempre: i 5 perché.
Non è un trucco da manager. È un modo di stare davanti alla vita.
Curiosità, per lui, vuol dire una cosa precisa: non accontentarsi dell’apparenza. Andare in profondità, sempre, anche quando la prima risposta sembra già sufficiente.
Un metodo nato in una fabbrica
Il metodo viene da lontano. Sakichi Toyoda, fondatore di Toyota, lo mise a punto negli anni ’30: davanti a un problema, si chiede “perché” cinque volte di seguito.
Ogni risposta diventa la domanda successiva. E quasi sempre, tra il primo e il quinto perché, cambia completamente la causa a cui si arriva.
Il primo perché racconta un sintomo. Il quinto, se si ha la pazienza di arrivarci, racconta la verità.
Un esempio semplice
“Il cliente non ha rinnovato.” Perché? “Non era soddisfatto.” E qui, quasi sempre, ci si ferma. Si incolpa il sintomo, e la questione si chiude lì.
Ma se si continua a chiedere perché, si scopre magari che il servizio post-vendita non veniva formato a sufficienza. E poi, ancora più a fondo, che quel processo interno non veniva rivisto da tre anni.
Solo lì, al quinto perché, si trova la leva vera del cambiamento. Non prima.
Perché conta, in ogni mestiere
Un cliente racconta sempre un sintomo. Un collaboratore, un problema in superficie. Un figlio, un comportamento che non capiamo.
Il lavoro vero — da consulente, da formatore, da genitore, da chiunque accompagni un’altra persona — è restare accanto a lei fino a quando emerge la domanda che conta davvero. Non la prima. Quella vera.
Chi si accontenta della prima risposta, gestisce l’apparenza. Chi ha la pazienza di arrivare alla radice, cambia il risultato per sempre.
Continuiamo a raccogliere pillole di saggezza da chi ha costruito tanto, e a portarle avanti con umiltà — non con la pretesa di insegnare, ma con il desiderio di camminare insieme.
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“Amo stare con le persone. Le ascolto. Le aiuto a vedere chiaro”.
Lo faccio con chi sente che è il momento di fermarsi e fare chiarezza.
Il risultato? Escono dall’incontro sapendo dove andare — non perché gliel’ho detto io, ma perché insieme abbiamo trovato quello che loro sapevano già.
Massimo Creati
Riccione, Lì 25 Luglio 2026
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