C’è un silenzio che uccide.
Non quello del raccoglimento, ma quello dell’omertà.
Il silenzio che protegge il male, che preferisce voltare lo sguardo altrove per paura, convenienza o abitudine.
Chi tace per non esporsi, chi vede e non denuncia, chi sa ma lascia correre… partecipa. Sempre. Anche se non dice nulla.
Oggi più che mai, c’è bisogno di voce, di verità e di presenza.
La parola Omertà deriva dal dialetto siciliano umirtà, che si collega al concetto di virtù maschile (dal latino humilitas, curiosamente). In origine, indicava una sorta di codice d’onore virile: “non parlare, non collaborare con le autorità, non tradire il gruppo”.
Con il tempo, ha assunto un significato sempre più oscuro, fino a diventare il simbolo del silenzio mafioso e della connivenza.
Ma l’omertà non si limita alla criminalità organizzata.
Esiste anche un’omertà sociale, culturale, spirituale: quando sappiamo che qualcosa non va — in un contesto lavorativo, familiare o religioso — ma scegliamo di tacere.
Per paura. Per conformismo. Per quieto vivere.
Quante volte siamo stati omertosi senza saperlo?
Quante volte abbiamo assistito a ingiustizie — verbali, emotive, morali — e abbiamo fatto finta di nulla?
Il vero coraggio non è gridare, ma rompere il silenzio quando tutti tacciono.
Questa settimana, prova a osservare dove potresti parlare.
A chi potresti dare voce.
Quale verità, anche scomoda, ha bisogno di essere detta?
Perché l’omertà muore ogni volta che qualcuno sceglie la verità. Anche sussurrata.
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