Sono cattolico, apostolico romano. Lo dico subito, non per escludere nulla, ma per includere tutto.
Perché una delle cose più belle che la vita mi ha insegnato è che la saggezza non ha una sola casa. E quando mi imbatto negli insegnamenti dei monaci buddhisti, non ci vedo una contraddizione con la mia fede — ci vedo uno specchio, un’altra lingua per dire cose che, in fondo, sentiamo tutti vere.
Oggi voglio parlarti di due concetti che, da quando li ho incontrati, non ho più smesso di portare con me: l’impermanenza e Upekṣā. Non ti chiedo di diventare monaco. Ti chiedo solo di fermarti un attimo, e di leggere.
Tutto Passa. Sempre.
L’impermanenza è un’idea semplice, quasi banale a dirla: tutto cambia, nulla dura per sempre. Eppure quante volte ci comportiamo come se non fosse così?
Ci aggrappiamo a una gioia come se potessimo tenerla in pugno per sempre. Ci affondiamo in un dolore come se non avesse mai fine. E in entrambi i casi, soffriamo — o per paura di perdere, o per incapacità di lasciar andare.
I monaci buddhisti vivono questa consapevolezza nel modo più concreto e, a tratti, sorprendente: ogni volta che si rasano la testa e le sopracciglia, compiono un gesto simbolico potentissimo. Non è solo estetica né conformità a una regola. È un promemoria fisico, incarnato, ripetuto: anche l’apparenza cambia, anche la bellezza passa, anche l’ego non è permanente.
Ogni rasatura è una piccola morte dell’attaccamento. Un “lascia andare” praticato con un rasoio.
E tu? Qual è il tuo gesto quotidiano per ricordarti che nulla dura per sempre?
Upekṣā: L’Arte di Lasciare Andare
In sanscrito, Upekṣā significa qualcosa di simile a “equanimità” — la capacità di stare in equilibrio di fronte alle cose che non possiamo controllare.
I monaci lo definiscono così: sapere come lasciare andare ciò che non possiamo cambiare.
L’insegnamento è diretto, quasi severo nella sua chiarezza: se non lasci andare, soffri. E quella sofferenza la stai creando tu. Non è una condanna esterna, non è la sfortuna, non è il destino avverso. Sei tu che ti aggrappi, e sei tu che ti fai del male.
Mi fermo qui un momento, perché so che questa idea può sembrare dura. Ma c’è qualcosa di profondamente liberatorio nel prendersi questa responsabilità. Perché se sono io a creare parte del mio dolore attraverso l’attaccamento, allora ho anche il potere — almeno parzialmente — di smettere di farlo.
Non si tratta di indifferenza. Non si tratta di non amare, non desiderare, non sperare. Si tratta di tenere le cose con una mano aperta, non con un pugno chiuso.
Meditare nel Caos: Il Silenzio che Non Fugge dal Mondo
C’è un’immagine dei monaci buddhisti che trovo straordinaria, e che ribalta completamente il cliché del saggio in cima alla montagna, lontano da tutto.
Questi monaci praticano la loro meditazione camminando tra la gente, in città, nel rumore. Non fuggono dal caos del mondo — ci restano dentro, e resistono. Mantengono quello che chiamano “nobile silenzio” anche tra clacson, voci e distrazioni.
Il loro ragionamento è disarmante: meditare nel silenzio è facile. Farlo nel rumore è la vera pratica.
Quanto è vero, questo, anche nella nostra vita quotidiana? È semplice essere pazienti quando tutto va bene. La prova arriva nel traffico, in una discussione accesa, in una giornata in cui tutto sembra andare storto. Quello è il vero banco di prova dell’equilibrio interiore.
Cosa Significa Davvero Essere Felici
Per i monaci buddhisti, la felicità non è una meta. Non è qualcosa che si conquista, si accumula, si raggiunge finalmente un giorno. È uno stato di pace interiore che si coltiva ogni giorno, scegliendo di non aggrapparsi.
Ci sono quattro pilastri di questa visione che mi hanno colpito:
La liberazione dai desideri. Uno dei monaci racconta che da laico soffriva moltissimo, intrappolato nella spirale del “voglio ciò che vedo, voglio ciò che hanno gli altri”. Diventare monaco gli ha dato, dice, una grande felicità — non perché abbia avuto di più, ma perché ha imparato a desiderare di meno.
L’accettazione (Upekṣā). Come abbiamo visto, la felicità vera nasce dal saper lasciar andare. Tristezza e gioia sono entrambe passeggere. Non aggrapparsi permette di attraversarle senza restarne prigionieri.
Il silenzio interiore e la rinuncia al superfluo. Spogliarsi di ciò che non è essenziale — preoccupazioni, ambizioni mondane, distrazioni — per trovare la vera serenità. Non è povertà, è pulizia dell’anima.
Essere autenticamente se stessi. Il monaco Obee dice una cosa bellissima: “Essere felici significa essere se stessi. Essere se stessi significa essere amati. E nessuno al mondo può fare un lavoro migliore dell’essere se stesso.”
Questa frase, in particolare, attraversa qualsiasi confine religioso. È un’intuizione universale, profondamente umana.
Un Ponticello tra Oriente e Occidente
Sono un laico cattolico, e rimango tale con tutto il cuore. Ma leggere questi insegnamenti non mi allontana dalla mia fede — semmai me la illumina da un’angolazione diversa.
L’impermanenza risuona con il “Vanità delle vanità” del Qoelet. Upekṣā risuona con il “Sia fatta la tua volontà” del Padre Nostro. Il monaco che cammina nel rumore della città risuona con il contemplativo che trova Dio nella vita ordinaria, non nonostante il mondo, ma attraverso di esso.
Non dobbiamo scegliere tra le saggezze. Possiamo ascoltarle tutte, e diventare un po’ più liberi.
Per Concludere: Svuota, non Riempi
I monaci ci lasciano con un’immagine potente: la vera felicità non si trova riempiendo la propria vita di cose, impegni, desideri. Si trova spesso svuotando — e trovando il coraggio di accogliere ciò che arriva, con gratitudine e pace.
Prova oggi, anche solo per un momento, a tenere qualcosa con una mano aperta invece che con un pugno chiuso. Vedrai che si respira meglio.
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Una nota
Quello che hai letto non nasce da teoria. Nasce da 60 anni vissuti fino in fondo — successi costruiti, errori pagati, cadute e ritorni. Ogni parola è passata attraverso il fuoco prima di arrivare a te.
Io sono Massimo Creati. Cammino con chi sente confusione e cerca ordine, direzione, verità. Scrivo per chi sente che c’è qualcosa di più — ma non sa ancora dove guardare.
Quel qualcosa ha un nome. Si chiama Scatola Nera. È la tua anima — che ha registrato tutto. Ogni scelta, ogni ferita, ogni slancio. Dalla mente al cuore, senza perdere nulla.
Questa è la mia missione. Sono qui per chi è pronto a vederla. E se queste parole ti hanno mosso qualcosa — sai già dove trovarmi.
Chi ha occhio, trova un fratello.
Massimo Creati
Con curiosità e rispetto verso tutte le tradizioni di saggezza del mondo.
Riccione, 2 Maggio 2026
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